10/3/2010 (8:27)
- LA PIAZZA DA FAR WEST
Pasolini, le ceneri di Ostia
 |
| Pier Paolo Pasolini |
All’Idroscalo un’ordinanza
del sindaco abbatte con le ruspe
la borgata ricca di memorie
dove fu ucciso lo scrittore
BEPPE SEBASTE
La prima volta che visitai quest’ultima borgata di Roma mi venne in mente il detto di Cézanne, rilanciato in anni recenti da Wim Wenders: «Bisogna fare presto se vogliamo ancora vedere qualcosa, tutto sta per scomparire». L'Idroscalo di Ostia, quartiere del XIII municipio di Roma, sorta di favela messicana alla foce del Tevere - cosi chiamata per gli idrovolanti che nel ventennio fascista partivano da qui (Fiumicino sarebbe nata molto più tardi) sta effettivamente per sparire.
Ci si arriva lasciandosi alle spalle i palazzoni edificati dal sindaco Petroselli negli Anni 80, si costeggiano i cantieri navali del Porto Turistico coi lussuosi yachts ancorati, e l’oasi della Lipu con il monumento a Pier Paolo Pasolini (nel luogo in cui fu ammazzato), oltre la quale a volte volteggiano fenicotteri bianchi e rosa. Sulla destra, dietro una fabbrica di materassi in un terrain vague cespuglioso, l’ottagonale torre di avvistamento progettata da Michelangelo (detta anche «Torre di San Michele»), abbandonata da anni a non essere vista né ad avvistare più nulla. Finché finisce la strada, in prossimità della foce, tra il mare e il nulla, un nulla non privo di dolcezza, dai colori pastello.
Era un mondo sopravvissuto, testimonianza del proprio difficoltoso sopravvivere, fatto di estremamente poveri e precari, case e baracche fatte con materiali di risulta a ospitare centinaia di persone e di famiglie, italiane e non. Gente che lavora, altri che entrano ed escono di prigione. Nella miseria, statuine di Padre Pio, vasi di fiori, decorazioni sulle porte. Prolungamento del mondo cui aderiva oltre trent’anni fa Pier Paolo Pasolini, molti dei suoi abitatori mi ricordarono in realtà i film di David Lynch, uomini e donne coperti di tatuaggi che vidi emergere in estive sere festose alla luce rubata dai pali elettrici, animate dal karaoke, dai balli, da un vociare povero e sgargiante. E, come ogni anno, nella devozione quasi pagana, forse per questo ancora più religiosa, della festa dell’Assunta il 15 agosto, detta anche Festa del Mare: quando il barcone con la statua lignea della Madonna, i lunghi capelli sciolti come nella canzone di De André, prende il largo, e i sottoproletari precari (chiamiamoli così) festeggiano in compagnia di preti, carabinieri e guardie di finanza. Una solennità iperreale e sballata, come i fuochi d'artificio fuori sincrono. Momento catartico di condivisione di una comunità disaggregata.
L’Ordinanza del Sindaco n. 43 del 17 febbraio 2010 si è attuata all’improvviso la settimana scorsa: centinaia di poliziotti, scavatrici e ruspe sono giunti per compiere gli «interventi urgenti necessari a fronteggiare l’emergenza» in riferimento ai «fenomeni metereologici intensi e generalizzati», come «le ondate di maltempo e le mareggiate che si sono abbattute sul litorale di Ostia». Queste le ragioni dello «sgombero forzato e immediato (...) di ogni abitazione locale, struttura ed edificio insistente in zona "Idroscalo" di Ostia, esposti a rischio di allagamento e di isolamento (...)». È vero, vivere qui, dimenticati da tutti, era faticoso e rischioso, eppure è stato per anni un luogo abitato, non un non-luogo, i cui viottoli hanno nomi come via delle Carlinghe, via dei Mercantili. E tutti sanno, lo dicono da tempo a voce alta, che il degrado era nell’interesse degli affaristi, che il Porto Turistico, corposa operazione immobiliare sorta in terreno demaniale, che ha già mangiato pezzi dell'oasi naturale gestita dalla Lipu, mira ad espandersi. Quelle miserabili catapecchie a un passo dal fiume e dal mare, trasformate in alberghi e ville geometrili, potrebbero diventare facilmente legali.
Nella grande piazza circolare da far west, capolinea di un autobus azzurro come negli anni Cinquanta, dove l’estate scorsa c’era il karaoke e avveniva l’elezione di Miss Idroscalo, ora giocano tra le macerie alcuni ragazzi con una palla gialla, inseguita da un cane. Altri bambini giocano tra le case senza porta sopravvissute, come a Gaza dopo un bombardamento. Tra le macerie spianate e gli scogli neri emergono detriti colorati, pezzi di mattonelle, lembi di abiti. Anche la dignitosissima casetta con giardino di un pensionato coi capelli bianchi, che durante lo sgombero gridava con voce straziante a un ufficiale che si trattava di «una deportazione», è stata demolita. Il lessico ricorrente nello sgombero era perturbante: una «bonifica», come se i poveri fossero ratti o erbe maligne.
Un video documentario dell’operazione, trasmesso da www.c6.tv, tra bimbi che piangono e donne che gridano, si chiude sulle lapidi bianche che a pochi passi, in via dell'Idroscalo, dove Pasolini fu ucciso, riportano celebri frammenti di sue poesie tratti da Una disperata vitalità e soprattutto, profetica già nel titolo, da Il pianto della scavatrice (1956). Incontro qui l’amico poeta Sergio Zuccaro e la fotografa Maria Andreozzi: abitano nei pressi, sono stati qui per ore ad osservare.
Mi aggiornano: anche una casa di loro amici è stata abbattuta; il sindaco Alemanno e suoi collaboratori, stivali di gomma firmati e planimetrie incomprensibili da esibire, hanno promesso a tutti case popolari; gli animi si sono placati all'offerta, ma colpiva la mancanza di coesione tra la gente: chi è disperato, chi rassegnato dalle promesse, chi spera che venga abbattuta anche la propria casa per poterne avere una nuova. Nessuna forza politica e culturale che potrà difenderli anche da loro stessi. Mentre parlavano col prete, enormi scavatrici sbriciolavano gli ultimi poveri materiali con cui erano fatte le baracche, e sembrava che si lamentassero o piangessero come nei versi di Pasolini.
«Solo, o quasi, sul vecchio litorale / tra ruderi di antiche civiltà, / Ravenna / Ostia o Bombay - è uguale - / con Dei che si scrostano problemi vecchi / - quali la lotta di classe - / che / si dissolvono...». Alzo gli occhi, e vedo l’immancabile profilo reale di nuove gru, nuovi pasoliniani palazzoni e cantieri edili all'orizzonte.